Aristotele – Riassunto – Mappa concettuale

Aristotele è stato uno dei più grandi e celebri filosofi dell’antica Grecia. Egli è unanimemente considerato il più grande discepolo di Platone, con il quale condivide il ruolo di massimo esponente del pensiero “classico”.

Il pensiero aristotelico ha influenzato in vario modo la storia della filosofia fino ai nostri giorni. A differenza del maestro, che concentra i propri sforzi speculativi nell’indagine della realtà soprasensibile, Aristotele si dimostra più fortemente interessato alla realtà sensibile, a cui dedica gran parte delle sue ricerche e dei suoi studi. Il punto di partenza della sua riflessione, infatti, può essere individuato nella critica alla concezione platonica delle Idee proprio per il carattere di astrattezza e di separatezza dal mondo reale di queste ultime: l’obiettivo di Aristotele è quello di “calare” il mondo soprasensibile nel mondo sensibile.

Aristotele – Riassunto

Primo piano di Aristotele (dalla Scuola di Atene di Raffaello)

Vita e opere

Aristotele nasce a Stagira (e per questo verrà chiamato lo Stagirita) nel 384 a.C. A diciassette anni entra nell’Accademia di Platone, ad Atene, dove rimane per vent’anni, cioè sino alla morte del maestro. Dopo la morte di Platone, Aristotele trascorre alcuni anni ad Asso, poi a Mitilene e a Pella, sede della corte di Macedonia, dove è precettore di Alessandro Magno sino alla sua salita al trono. Tornato ad Atene nel 335, vi fonda una scuola nel Liceo (giardino dedicato ad Apollo), luogo noto perché comprende una passeggiata (in greco Perípato, da cui il nome di scuola peripatetica attribuito alla scuola aristotelica), dove tiene corsi di lezioni in tutte le discipline. Nel 323, morto Alessandro Magno, lascia Atene per mettersi al riparo da una rivolta antimacedone e si reca a Calcide, nell’isola di Eubea, dove muore nel 322 a.C.

Le opere aristoteliche sono divise tra quelle destinate alla pubblicazione (essoteriche), che sono andate perdute (i dialoghi Eudemo, Sulla filosofia, Sulla giustizia e altri), e i trattati a uso esclusivo dei suoi scolari (le opere esoteriche). Questi trattati sono stati ordinati ed “intitolati” dall’editore Andronico di Rodi (sec. I a.C.) che li ha pubblicati. Tutti gli scritti che sono arrivati fino a noi, si dividono in “Órganon” (una raccolta degli scritti sulla logica: Categorie, Sull’interpretazione, Analitici primi, Analitici secondi, Topici, Elenchi sofistici); Seguono le opere di filosofia naturale: La Fisica, Il Cielo, La generazione e la corruzione, La Meteorologia. Connesse a queste sono le opere di psicologia costituite dal trattato Sull’anima e da un gruppo di opuscoli raccolti sotto il titolo di Parva naturalia. Inoltre, l’opera più famosa di Aristotele è costituita dai quattordici libri della Metafisica. Vengono quindi i trattati di filosofia morale e politica, cioè l’Etica Nicomachea, l’Etica Eudemia, la Grande etica, la Politica. Infine sono da ricordare la Poetica e la Retorica. Fra le opere riguardanti le scienze naturali ricorderemo l’imponente Storia degli animali, Le parti degli animali, Il moto degli animali, La generazione degli animali. Questi ultimi sono scritti che interessano la storia della scienza più che la storia dei problemi filosofici.

La logica

Aristotele è considerato l’inventore della logica, concepita come studio scientifico del pensiero quale si manifesta nel linguaggio (lógos), inteso nei suoi elementi (termini, proposizioni e argomentazioni) e nelle leggi che ne regolano l’uso. In continuità con Parmenide e Platone, Aristotele presuppone una piena corrispondenza fra pensiero e realtà, per cui la sua riflessione sul linguaggio, naturalmente in contatto con le cose, è anche una riflessione sulle diverse forme dell’esperienza.

Nelle Categorie egli mostra che tutti i termini si riconducono a dieci concetti generalissimi, non ulteriormente definibili, detti appunto “categorie” (predicati), ai quali corrispondono i dieci generi supremi degli enti: sostanza, quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, stare, avere, fare, patire. La prima delle categorie, la sostanza, indica “ciò che è in sé”, ossia “ciò che sussiste indipendentemente da altro”, mentre le altre categorie indicano “ciò che è in altro”, cioè gli aspetti che le sostanze possono avere o non avere senza, con ciò, modificare la propria identità e per questo sono detti anche “accidenti”. Sia le sostanze sia gli accidenti possono essere individuali o universali: le sostanze individuali sono dette “sostanze prime”, mentre quelle universali sono dette “sostanze seconde”.

Negli Analitici primi Aristotele illustra il sillogismo, definito come il ragionamento, o l’argomentazione, che, poste due proposizioni (premesse), ne deduce una terza (conclusione), diversa da esse e derivante necessariamente da esse. Affinché si abbia un autentico sillogismo, è necessario che le premesse abbiano in comune un termine, detto medio, il quale funge da soggetto nell’una e da predicato nell’altra e che la conclusione congiunga gli altri due termini, detti estremi: per esempio, tutti gli uomini (medio) sono mortali (prima premessa), Socrate è un uomo (seconda premessa), dunque Socrate è mortale (conclusione).

Negli Analitici secondi Aristotele espone la sua teoria della scienza, cioè della conoscenza fondata su dimostrazioni, e spiega che la dimostrazione è un sillogismo le cui premesse sono vere, o perché sono principi evidenti di per se stessi, o perché sono la conclusione di precedenti dimostrazioni.

Nelle altre opere di logica (Topici ed Elenchi sofistici) egli illustra la dialettica, che non coincide più con il metodo stesso del filosofare, come in Platone, ma è la tecnica di argomentare in una discussione e di vagliare le opinioni correnti per mezzo di confutazioni. La confutazione è l’argomentazione con cui, da premesse concesse dal proprio interlocutore, si deduce una conclusione contraddittoria rispetto alla tesi da lui sostenuta.

Scienze teoretiche, pratiche e poietiche

Nel sistema aristotelico la logica ha uno scopo introduttivo e funzionale allo studio della realtà. La realtà, infatti, viene studiata dalle scienze, le quali si avvalgono degli strumenti della logica per costruire un sapere certo. Si distinguono perciò tre grandi “contenitori” delle scienze in Aristotele:

1) Le scienze teoretiche, le uniche propriamente scientifiche, che hanno per oggetto un sapere disinteressato e che, a loro volta, si suddividono in metafisica (o filosofia prima), scienze della natura (fisica) e matematica.

2) Le scienze pratiche, etica e politica, relative al comportamento umano e al suo fine, cioè il bene.

3) Le scienze poietiche, cioè l’insieme delle arti e delle tecniche finalizzate alla produzione di oggetti.

La fisica e la cosmologia

La Fisica di Aristotele studia “l’essere in movimento”, indaga cioè la realtà sensibile, la quale è caratterizzata dal movimento. Nella Fisica, Aristotele definisce la natura come l’insieme di tutte le realtà mutevoli che hanno in se stesse, o nella loro specie, la causa del proprio mutamento. Il mutamento, caratteristica fondamentale della natura, implica tre condizioni o elementi: qualcosa che muta, cioè che passa da uno stato all’altro, detto “sostrato” o “materia”; qualcosa in cui il sostrato muta, cioè la “forma”, o configurazione o struttura, che esso assume in seguito al mutamento; e qualcosa a partire da cui esso muta, cioè l’iniziale mancanza di tale forma, detta “privazione”.

Ma che cos’è il mutamento? La materia, prima di assumere la forma, è in “potenza” rispetto a essa, nel senso che ha la possibilità di assumerla e anche di non assumerla; la forma invece, quando viene assunta dalla materia, ne costituisce l’“atto”, cioè la piena realizzazione delle sue possibilità. Ogni mutamento, pertanto, è un passaggio dalla potenza all’atto.

Il mutamento naturale (che le realtà appartenenti alla natura compiono di per se stesse) inoltre è sempre diretto verso un fine (teleologismo), il quale consiste per le sostanze non viventi nel raggiungimento del loro “luogo naturale” e per le sostanze viventi nella loro crescita e riproduzione.

Ogni mutamento, infine, sia naturale sia artificiale, richiede una causa motrice, cioè un agente, un fattore che lo produca, il quale deve essere già in atto: per esempio, la generazione di un nuovo essere vivente richiede un genitore già adulto. Si danno così quattro tipi di cause, cioè di condizioni del mutamento: la materia, la forma, il fine e la causa motrice.

L’universo aristotelico, come risulta dai trattati Sul cielo e Sulla generazione e la corruzione, è formato dalla Terra (che è un corpo di forma sferica, contenente acqua, aria, terra e fuoco), collocata al centro ed immobile, e dai cieli, che sono sfere di etere (materia incorruttibile) e ruotano intorno alla Terra recando infissi gli astri ed è in se stesso finito, eterno e perfetto.

Tutti i mutamenti che si verificano sulla Terra dipendono anche dai mutamenti che si verificano nei cieli, cioè dai moti degli astri, i quali determinano l’alternarsi del caldo e del freddo, del secco e dell’umido. I moti degli astri sono a loro volta influenzati dal moto della sfera estrema delle stelle fisse, quella che reca infisse le stelle e contiene l’intero universo. Ogni sfera celeste deve essere mossa da una realtà immobile, e quindi immateriale, perché non si può rinviare all’infinito la causa del suo movimento. Da qui nasce il concetto di dio come “motore immobile” cioè di una causa iniziale del movimento universale (un dio che, per così dire, ha dato la spinta iniziale al movimento nell’universo di Aristotele, il quale universo non è infinito e non ammette il nulla).

La psicologia e l’anima

La psicologia è la scienza dell’anima (psychè) ed è una disciplina contenuta all’interno della Fisica (poiché l’anima dà movimento al corpo). Nel trattato Sull’anima Aristotele spiega che tutti gli esseri viventi hanno come forma e causa del loro movimento un’anima: nelle piante essa è principio delle funzioni vegetative (nutrizione e riproduzione) e si chiama anima vegetativa; negli animali è principio anche delle funzioni sensitive (percezione, desiderio e movimento locale) ed è l’anima sensitiva; negli uomini è principio anche delle funzioni intellettive (pensiero e volontà detti anche intelletto potenziale ed intelletto agente) ed è chiamata l’anima intellettiva.

La conoscenza umana ha inizio sempre dalla percezione delle forme sensibili: all’interno di queste l’intelletto scopre le forme, cioè le essenze, le strutture intelligibili dei vari enti, mediante un processo complesso dal particolare al generale, chiamato “induzione”.

L’intelletto prima di apprendere le forme è in potenza rispetto a esse, ma nel momento in cui le apprende si identifica in atto con esse. Chi fa passare l’intelletto umano dalla potenza all’atto è un “intelletto attivo”, in atto da sempre, che Aristotele dichiara immortale, anzi eterno, ma non identifica ulteriormente.

La metafisica o “filosofia prima”

Dopo aver scoperto che la natura richiede anche cause immobili, cioè immateriali, Aristotele concepisce il disegno di una scienza superiore alla fisica, la quale ricerchi le cause dell’intero essere, cioè dell’“ente in quanto ente”, e la chiama “filosofia prima”, esponendola nell’opera intitolata dagli editori Metafisica (che significa “dopo la Fisica”). La metafisica non è legata a necessità materiali e “nasce da bisogni spirituali”. Essa studia l’essere in quanto essere ed è dunque la scienza più “alta”. Non si può studiare la metafisica se non si sono soddisfatti i bisogni del corpo.

Aristotele anzitutto mostra che esistono dei principi logici, cioè delle leggi del pensiero, che sono anche leggi dell’essere, cioè valgono per tutti gli enti: il principio di non-contraddizione e quello del terzo escluso.

Il primo afferma che “non si possono affermare e negare dello stesso soggetto nello stesso tempo e nello stesso rapporto due predicati contraddittori”. Esempio: “Aristotele è un uomo” è una proposizione che non può essere contemporaneamente vera e falsa.

Il secondo afferma che non è possibile che ci sia un termine medio tra due contraddittori = Se “A” è una proposizione vera, allora “non A” è sicuramente falsa. Cioè o è vero un enunciato o è vera la sua negazione. In pratica ciascun ente deve avere o non avere un certo carattere, e non si dà una terza possibilità. Esempio: “Aristotele è un uomo o non è un uomo. Non esistente una terza possibilità di scelta”.

L’essere si dà in molti modi

Indagando ulteriormente l’essere, sempre all’interno della Metafisica, Aristotele scopre che l’essere si può dire in molti modi, cioè ha molteplici significati (tutti legati al concetto di sostanza, poiché la sostanza è la condizione d’essere di tutto l’essere) e può manifestarsi in vari modi (tutti validi):

  • Essere come categorie: sono il gruppo di significati nei quali si può originariamente dividere l’essere (10 categorie, la più importante è la sostanza; le categorie sono sostanza, qualità, quantità, relazione, agire, patire, luogo, tempo, avere, giacere).
  • Essere come atto e potenza: sono un altro significato attraverso cui si può vedere l’essere (perfino le 10 categorie possono essere in atto o in potenza).
  • Essere come accidente: è quando l’essere si dà “non sempre né per lo più” ma soltanto “casualmente”. Ad esempio: è “essere accidente” il fatto che io sia ora seduto e non in piedi.
  • Essere come vero: questa “caratteristica” dell’essere è propria della mente umana che pensa alle cose e le può dunque pensare come vere o come false. Ad esempio: una cosa è reale nel pensiero se e solo se esiste nella realtà effettiva (il “non essere come falso” si ha dunque quando la mente congiunge ciò che non è congiunto nella realtà).

La sostanza

La trattazione di Aristotele sulla sostanza è complessa, e coinvolge la nozione sotto diversi punti di vista, ma è possibile cogliere il concetto di sostanza facendo appello al senso comune: la sostanza non è l’idea di Socrate, né le molecole di Socrate né la sua struttura geometrica, né gli elementi naturali che compongono il suo corpo. La sostanza di Socrate è Socrate: è un individuo che come tale spiega anche la configurazione che le sue parti assumono, e che è il substrato necessario dei suoi predicati (e che non partecipa, dunque, come voleva Platone, di idee/predicato che gli siano ontologicamente superiori: per Aristotele i predicati sussistono solo grazie al loro substrato). Sostanze sono le piante, gli animali, i corpi celesti.

Una sostanza è un synolon (sinolo), un insieme di forma e materia, che non possono essere separate, in quanto componenti logiche: nella sfera di bronzo non si può separare la sfera dal bronzo se non con la ragione. Che il bronzo divenga sferico, che la materia assuma una forma, è il risultato di un processo di generazione, un processo di generazione possibile: la materia è potenza, la forma è atto. Il mutamento è l’attuazione di ciò che è potenziale.

Ad ogni modo, indagando la sostanza sensibile, oggetto della percezione umana, Aristotele sostiene che essa è sempre composta da materia e forma, anzi è l’unione inscindibile di entrambe (sinolo), ma ciò che la fa essere sostanza, e quindi la sostanza nel senso primario, è la sua forma.

Materia, forma e sinolo. Potenza e atto

Per Aristotele, la materia è il principio di indeterminatezza, il sostrato comune che viene organizzato e strutturato dal principio di determinatezza, o forma.

La forma non è una sostanza separata (come le Idee platoniche), ma è l’essenza intrinseca, la sostanza fondamentale delle cose sensibili.

Il sinolo è il composto di materia e forma, da cui risulta l’individuo concreto o la sostanza individuale.

La coppia materia-forma traduce, a livello fisico, la dottrina metafisica della potenza e dell’atto.

La potenza è l’essere nella sua condizione imperfetta, cioè come possibilità non ancora realizzata, che tende all’atto come al suo fine specifico. L’atto è la forma perfetta di un ente che ha realizzato pienamente la propria potenza.

La potenza e l’atto abbracciano tutti gli enti, e quindi sono i due modi fondamentali dell’essere, ma l’atto precede la potenza e quindi è l’essere nel senso primario (viene prima l’uovo o la gallina? Viene prima la gallina perché essa è uovo in atto e non gallina in potenza).

La cosmologia aristotelica, tra atto e potenza

Sempre nella Metafisica Aristotele dimostra che i motori delle sfere celesti, per poterle muovere eternamente devono essere sempre in atto, cioè devono essere puro atto, e quindi immobili, e li identifica con l’atto del pensiero intuitivo, che è l’unico non implicante movimento. Poiché il pensare è una forma di vita, i motori immobili sono realtà viventi e, poiché sono puro atto, cioè sono pienamente realizzati e non mancano di nulla, sono “beati” (nel senso greco del termine); dunque, in quanto viventi eterni e beati, sono veri e propri dei. Il primo tra essi è il motore della sfera estrema, cioè della sfera delle stelle fisse, che pensa anzitutto se stesso, perciò è “pensiero di pensiero”, e ha diritto al titolo di Dio supremo.

Etica e politica, virtù etiche e dianoetiche, forme di governo

La filosofia pratica è chiamata da Aristotele complessivamente “scienza politica”, in quanto il bene della pólis (la città stato greca) comprende quello del singolo individuo. Le scienze pratiche “contengono” dunque sia la politica che l’etica. E mentre la politica studia il bene collettivo, l’etica è la parte dedicata al bene del singolo. Nella sua maggiore opera di etica, l’Etica nicomachea, Aristotele mostra che il bene ultimo dell’uomo, cioè la felicità, consiste nell’esercizio abituale e perfetto della funzione che gli è propria, ossia consiste nella virtù.

Tuttavia, esistono virtù etiche, che riguardano le funzioni della parte non razionale dell’anima e consistono nel giusto mezzo tra due vizi opposti (per esempio: il coraggio, giusto mezzo tra viltà e temerarietà; la generosità, giusto mezzo tra avarizia e prodigalità), e virtù dianoetiche (dal greco dianóesis: pensiero), che riguardano le funzioni della parte razionale e sono fondamentalmente la saggezza e la sapienza.

La saggezza (o prudenza), è la virtù dianoetica che rende possibili le virtù etiche, individuando nelle situazioni particolari il giusto mezzo, ossia ciò che si deve fare; la sapienza invece consiste nell’esercizio della conoscenza come fine a se stessa e in essa è riposta la felicità suprema.

Nella Politica Aristotele definisce la pólis come la società perfetta, cioè autosufficiente, nella quale l’uomo può realizzare il vivere bene, la felicità. Essa è l’unione di più famiglie e villaggi ed è una società naturale, come la famiglia, perché l’uomo è per natura un animale politico, cioè fatto per vivere nella pólis. La famiglia comprende, oltre ai genitori e ai figli, anche gli schiavi, che a volte sono tali per natura, cioè perché non sanno governarsi da sé: essa perciò è una società di disuguali. La pólis invece è una società di liberi e uguali (i capifamiglia), perciò deve avere un tipo di governo diverso da quello che è proprio della famiglia. L’ordine delle funzioni interne alla pólis, compresa quella del governo supremo, è stabilito dalla costituzione che può distinguersi in monarchia, aristocrazia e politìa, oppure nelle rispettive degenerazioni della tirannide, della oligarchia e della democrazia. La costituzione migliore, la “politìa” rappresenta una sorta di modello ideale della democrazia dove i cittadini governano a turno, per essere poi liberi di dedicarsi alle attività fini a se stesse in cui consiste la felicità.

La retorica e la poetica

Aristotele ha studiato anche le scienze del fare (poietiche) o arti, che secondo l’uso greco chiama “tecniche”. Queste scienze ricercano “il sapere in vista del fare” Tra queste vi sono la retorica e la poetica. La retorica, o arte del fare discorsi persuasivi, di importanza fondamentale nella vita sociale, comprende la capacità di ben argomentare (dialettica), la conoscenza delle passioni umane, al fine di persuadere più efficacemente, e la rettitudine del carattere dell’oratore, che lo rende più credibile. La poetica, o arte di fare poesia, è superiore alla “storia”, perché tratta di casi non particolari ma universali e perciò si avvicina alla filosofia. La poesia (a differenza della visione platonica) è definita come mimesi (imitazione) della vita e Aristotele ne distingue i vari generi, indicando il supremo nella tragedia, in grado suscitare pietà e terrore e, di conseguenza, di operare la catarsi, cioè la purificazione dell’anima dalle passioni.

Per approfondire il concetto di sostanza

La teoria aristotelica della sostanza, cardine di tutta la filosofia dello Stagirita e ampliamente elaborata, lascia tuttavia aperti dei problemi: Aristotele oscilla tra una concezione della sostanza come sinolo (nel senso già visto) e passi che fanno pensare a un’identificazione tra il concetto di sostanza e quello di forma. Di qui, col passare del pensiero aristotelico nella filosofia araba e in quella cristiana, un’ulteriore elaborazione del concetto (qui essenziale per le sue valenze teologiche) a opera delle grandi sintesi del pensiero scolastico medievale: soprattutto con la sistemazione di San Tommaso, che precisa il concetto di sostanza come essenza individuante di un ente. Risposte diverse diedero San Bonaventura da Bagnoregio e Giovanni Duns Scoto: il primo operando una netta distinzione tra la sostanza e l’essenza e il secondo risolvendo l’una e l’altra nel concetto originalissimo della haecceitas (latino haec res, questa cosa), concetto che salvaguarda per ogni singolo ente la sua natura sostanziale specifica, logicamente anteriore alla stessa distinzione metafisica di materia e di forma. Se nel pensiero medievale il problema della sostanza era di fatto venuto a identificarsi con quello del principium individuationis (ed è su questa via che s’inserisce la soluzione proposta da Duns Scoto), nel razionalismo panteistico di Spinoza la sostanza è concepita come l’unica e assoluta causa di sé, ciò che non abbisogna di niente altro che di se stessa per la sua esistenza e conoscenza: la sostanza è l’unica realtà, di cui pensiero ed estensione non sono che due tra gli infiniti attributi (ma gli unici noti all’intelletto umano). Con questo Spinoza intende risolvere una volta per tutte il problema cartesiano dell’irriducibilità delle tre sostanze: divina, pensante, estesa. Ben diversamente da Aristotele, anche per I. Kant la sostanza è una categoria, ma come categoria trascendentale (concetto a priori) e non come genere dell’essere oggettivamente considerato; quella che invece, nel senso classico, sarebbe la sostanzialità interna di un ente (in termini kantiani, il noumeno, o cosa in sé) è bensì pensabile, ma non per questo compiutamente conoscibile, in quanto per Kant c’è conoscenza solo là dove l’attività a priori e spontanea dell’intelletto agisce su un materiale fornito dall’esperienza sensibile; e questa non è possibile per la natura noumenica di una cosa in sé, ma solo per il fenomeno. Nell’idealismo postkantiano, poi, il problema muta radicalmente di significato, sino ad affermare, con l’idealismo assoluto di G. W. F. Hegel, il movimento dialettico dell’idea sino alla sua completa autotrasparenza nel sapere di sé dello Spirito assoluto, sottraendosi così a ogni concezione di carattere metafisico-sostanzialistico. Diverse le soluzioni offerte dall’empirismo, da J. Locke che nega recisamente la conoscibilità della sostanza, al rifiuto empiriocriticista di riconoscere una persistenza assoluta dei fenomeni (e quindi una loro sostanzialità, che può qui essere ammessa solo come ipotesi di metodo).

Aristotele – Mappa concettuale

Condivido in allegato una mappa concettuale contenente i concetti chiave e le tematiche più importanti di Aristotele, così da poter visionare con una rapida occhiata alcune caratteristiche della filosofia aristotelica. Questo schema, più che un vero e proprio riassunto in prosa è piuttosto uno schema generale in grado di aiutare chi studia Aristotele (dal terzo liceo delle scuole superiori all’università). Modifiche o aggiunte? Scrivimi cliccando qui.

Ecco lo schema (non è una mappa mentale!) in formato PNG e PDF:

Aristotele Mappa concettuale
Aristotele – Mappa concettuale

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