Il festival del sentire

Sanremo 2021

Pro: il festival unisce l’Italia (checché se ne dica) e ci ricorda quanto è bello avere in una Repubblica un servizio pubblico che si occupi anche di intrattenimento.

Contro: non vincono quasi mai (e se succede è per una congiunzione astrale dovuta a dei “pezzoni”) artisti profondi che lasciano il segno nel “firmamento di Euterpe”.

4 soldi sulla “lirica”? Manina a il Volo (sopravvalutatissimi; grande tonfo).

2 spicci sul “rock”? Spintina gggiovane ai Måneskin (musica squisitamente scadente, un po’ come la vodka sottomarchissima quando vuoi i superalcolici e hai zero risorse economiche; attendo l’implosione sulla notorietà).

Da appassionato di musica mi sento profondamente amareggiato per la classifica finale, ma in fondo questa è la prova del nove sulle condizioni melodico-armoniche dello Stivale ed in fondo io mi scordo sempre che questa è e rimane musica popolare non colta (nel bene e nel male!) immersa in un festival del vedere (e non dell’osservare!). E in un mondo dove l’osservazione è ridotta ad apparenza, “l’ascoltare” è ridotto necessariamente ad un “sentire”.

In conclusione, vorrei dire che non un solo articolo dei tantissimi che ho visionato analizzava in modo esaustivo e trasparente i criteri di scelta e formazione delle giurie. Ho letto il regolamento Rai 2021 ma mancano dei pezzi (ad esempio dei pezzi importanti e chiarificatori sulla formazione della demoscopica). Mi sbaglierò io

P.S. Chi ha esultato, abbia il decoro di non lamentarsi se qualcuno chiamerà la propria figlia Marlena (nome buffo da accostare ad una band pop-rock dal nome danese che professa il nichilismo passivo, perché è un nome dalle origini bibliche, toh le combinazioni).

P.P.S. Fiorello mattatore indiscusso e grande faro.

Plagi da dilettanti

Tralascio volontariamente il fatto che tutti i brani vincitori degli ultimi anni siano sospetti di “Eurovisionsongfestivalismo”.

Quest’anno ha vinto una canzone dal testo vuoto. Questo dato è preoccupante, perché sottolinea ancora una volta la profonda crisi valoriale che il nichilismo passivo distruttivo porta con se a livello sociale. Nelle note, a mio avviso banali, della canzonetta, ho intravisto (tra quelli che ho potuto riconoscere) un per niente approfondito plagio della base rispetto agli ultimi 26 secondi della canzone “L’uomo che premette” di Caparezza ed alcune toppe sonore (oltre ad uno spunto per niente banale sul titolo stesso della canzonetta) prese direttamente della canzone “F.D.T.” di Anthony Laszlo.

Ma in fondo, per travestirsi davvero, bisogna crederci fino in fondo. E per firmare la storia della musica (quella con la “m” maiuscola) non bastano né la fortuna né il talento, ma servono fortuna e talento insieme.

Tant’è…

All’anno prossimo. E senza rancori interpersonali. Promesso.

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