Platone riassunto

Platone è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi filosofi della storia dell’umanità. Egli fu allievo di Socrate ed “ereditò” dal maestro sia la tecnica del dialogo per fare filosofia sia l’indagine filosofica come ricerca da sviluppare per tutta la vita (mediante discussione razionale e necessariamente fra più interlocutori). A Platone va inoltre attribuita “l’invenzione” del mondo sovrasensibile e quindi della metafisica, che per la prima volta viene indagata e messa a fuoco in maniera squisitamente razionale. La riflessione di Platone è quella di un genio dell’antichità in grado di rivoluzionare la storia della filosofia.

Platone La scuola di Atene Primo piano
Platone rappresentato nell’opera “La scuola di Atene” di Raffaello.

Platone riassunto

La vita, i viaggi in Sicilia e l’Accademia

Le notizie sulla vita di Platone sono poche e spesso incomplete. Platone nacque ad Atene tra il 427 e il 428 a.C. Nel 399 a.C., dopo la morte di Socrate, si recò con altri socratici a Megara. Nel 388 a.C. viaggiò in Sicilia, ospite di Dionigi I (Dionigi il Vecchio) a Siracusa, nel tentativo di costruire un “governo ideale”. Il Filosofo fallì nell’impresa e venne cacciato dalla corte siracusana. Nel 367 a.C. e poi ancora nel 361, Platone tornò a Siracusa, alla corte di Dionigi II, sperando di avere migliore fortuna. Tuttavia, anche i rapporti con Dionigi II (Dionigi il Giovane) si rivelarono pessimi, toccando punte drammatiche, e gli intenti platonici di realizzare un progetto politico che rispecchiasse le sue concezioni filosofiche fallirono completamente. Al ritorno ad Atene dal primo viaggio in Italia, Platone fondò l’Accademia, una vera e propria scuola creata con lo scopo di formare i futuri governanti (sulla base della conoscenza del Bene supremo) e nella quale si radunarono gli uomini più brillanti dell’epoca (oratori, filosofi, matematici, astronomi, medici etc.). Platone, secondo le testimonianze di Diogene Laerzio, morì ad Atene nel 347 a.C.

Le opere e la scelta delle dottrine non scritte

Platone è il primo grande filosofo del quale ci siano pervenute praticamente tutte le opere. Un evento più unico che raro. La produzione scritta di Platone è così ricca che, nel corso dei secoli, sono stati utilizzati diversi criteri per ordinare le tematiche e la cronologia delle stesse. Oltre allo stile dell’Autore e ai rinvii interni tra una opera e l’altra, sono diversi i criteri con i quali gli esperti hanno suddiviso la bibliografia platoniana (tali criteri e i relativi problemi, per brevità, non verranno qui trattati). A partire da questi ed altri elementi, possiamo dividere le opere di Platone in 3 periodi:

  1. Primo periodo cosiddetto degli scritti giovanili o socratici. A questa fase appartengono: Apologia di Socrate, Critone, Ione, Lachete, Liside, Carmide, Eutifrone, Eutidemo, Ippia minore, Cratilo, Ippia maggiore, Menesseno, Gorgia, Repubblica (Libro I), Protagora.
  2. Secondo periodo cosiddetto degli scritti della maturità. A questa fase appartengono: Menone, Fedone, Convito, Repubblica (Libri II-X), Fedro.
  3. Terzo periodo cosiddetto degli scritti della vecchiaia. A questa fase appartengono: Parmenide, Teeteto, Sofista, Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Leggi. Lettera VII e Lettera VIII.


Le principali opere di Platone sono presentate in forma di dialogo (ben 34 dialoghi) poiché nell’Autore risuona ancora la lezione socratica sul potere dell’oralità come strumento per la ricerca della verità. Infatti, nel tentativo di tramandare la sua filosofia e parte della filosofia del suo maestro Socrate, Platone tenta di riprodurre per iscritto le dinamiche della dialettica orale, pur essendo consapevole dei limiti della scrittura (la scrittura, secondo Platone e Socrate, cristallizza il pensiero, il quale invece dovrebbe essere tutto fuorché granitico). Platone decide quindi di affidare le scoperte più importanti e definitive delle sue dottrine al dialogo orale (in particolare al dialogo con i suoi allievi più dotati). Queste ultime “scoperte” costituiscono le cosiddette “dottrine non scritte” (dette anche àgrafa dògmata – in greco: ἄγραφα δόγματα – e confermate, tra le altre fonti, anche dalla famosa Lettera VII), recentemente riscoperte e rivalutate dai traduttori e dagli studiosi.

Oralità e scrittura, conflitto e mediazione

Platone visse in un momento storico e culturale in cui si stava compiendo una vera e propria rivoluzione culturale: la vittoria della scrittura sull’oralità. Nella tradizione antica, difatti, era l’oralità il mezzo di comunicazione principale rispetto alla scrittura. Socrate, maestro di Platone, aveva invece affidato esclusivamente alla relazione personale e dialettica il suo messaggio e in lui l’oralità raggiunse i suoi vertici conclusivi. Platone, tentò una mediazione tra “le due culture”. Date queste premesse e considerando che l’Autore non affidò alla scrittura i suoi messaggi filosofici nella loro interezza, possiamo dire che una comprensione corretta e completa del pensiero di Platone non sia affatto facile nemmeno (soprattutto?) oggi, per quanto i suoi scritti sembrino spesso assolutamente comprensibili.

Platone tentò una mediazione tra la cultura scritta e quella orale: si convinse che la scrittura, indipendentemente dal periodo storico, può avere un ruolo di rilievo, ma in ogni caso non decisivo. Un filosofo, secondo Platone, può mettere molte cose per iscritto, ma non quelle che per lui sono “di maggior valore”. Le considerazioni più importanti, difatti, non possono essere scritte su fogli di carta, ma nelle anime degli uomini. Questo perché lo scritto può essere male interpretato, perché la memoria orale è diversa dalla memoria scritta, perché lo scritto da solo non sa scegliere i suoi interlocutori, non sa difendersi da chi lo attacca e quindi ha sempre bisogno del soccorso del suo autore. Solo l’Autore (e quindi l’interlocutore attivo) porta quei supporti concettuali che lo scritto, da solo, non può avere. Nella Lettera VII Platone, inoltre, afferma che un suo scritto sui principi primi e supremi (ossia su quelle cose che per Platone sono “di maggior valore”) non c’è e non ci sarà mai.

Il mondo sovrasensibile e la teoria delle Idee

Consapevole dell’amara sorte toccata a Socrate, Platone decide, a differenza del suo maestro, di “tramandare” una larga fetta delle sue dottrine tramite la produzione scritta. Platone affida alle sue opere perfino una delle scoperte speculative centrali del suo filosofare: la teoria delle Idee e il mondo sovrasensibile.

Platone, teorizza l’esistenza di due mondi – superando in questo modo sia Eraclito (e il divenire eracliteo) sia Parmenide (e la dottrina dell’essere immutabile) – e vede la realtà come composta da due mondi, uno (quello chiamato sensibile) “regolato dall’imperfezione”, dal molteplice e dal divenire e l’altro (quello chiamato sovrasensibile) contraddistinto dalla perfezione e dall’immutabile.

Il mondo delle Idee (il mondo sovrasensibile) è la “scoperta” della dimensione dell’essere intelligibile sovrasensibile (di ciò che è perfetto ed è percepibile solo al di là del mondo dei sensi). Da tempo immemore molti pensatori hanno speculato sull’esistenza di qualcosa al di là del mondo sensibile (del mondo percepibile qui e ora), ma Platone per la prima volta tenta di impostare e di risolvere il problema in modo rigorosamente razionale. I concetti elaborati dai suoi predecessori (i filosofi presocratici, i cosiddetti “fisici”) non risolvono affatto i problemi posti fino a quel momento (ad esempio, per quale motivo le cose si producono, esistono e si dissolvono) e quindi non sanno spiegare il “vero perché” delle cose. Gli elementi fisici ai quali i pensatori precedenti a Platone fanno appello, non sono la vera causa delle cose, ma una sorta di strumento (sono quindi, una sorta di con-causa), e la “vera causa di tutte le cose”, dunque, deve stare al di là del fisico. Se, per esempio, si vuole spiegare la ragione per cui una cosa è bella, non ci si può limitare alle componenti fisiche (armoniosità della forma, lucentezza di colori etc.) ma si deve risalire all’Idea del Bello, che quella cosa in vario modo “attua”. L’idea del Bello si troverà, dunque, in un altro mondo rispetto a quello “percepibile”, cioè, nel mondo delle idee.

Quindi, il filosofo è colui che partecipa (dopo un viaggio faticoso) dell’intuizione del mondo delle idee (del vero) e sceglie perfino di offrire la sua vita (confronta qui l’Apologia di Socrate e la storia riguardo alla morte del maestro Socrate) per cercare di comunicare parte di questa “verità contemplativa” ad altri uomini (per approfondire questa tematica, analizza il “Mito della caverna” contenuto nel VII libro della Repubblica).

I principi primi e l’intelligenza suprema: Uno, Diade e Demiurgo

Le molteplici cose sensibili si possono spiegare, secondo Platone, solo riportandole all’unità di un’Idea corrispondente (ad esempio, una manifestazione sensibile di una penna può essere spiegata solamente con l’idea di penna corrispondente), che per partecipazione le fa essere appunto ciò che sono. Ma le Idee stesse sono necessariamente molteplici (ad esempio, c’è una idea sovrasensibile per ogni realtà sensibile), sia pure a un livello del tutto differente dalle cose sensibili (poiché le idee risiedono in un altro mondo e sono ordinate in modo gerarchico).

Per Platone, inoltre, il molteplice non spiega mai se stesso e ha bisogno perciò strutturalmente di essere riportato all’unità. Di conseguenza diventa necessaria quella teoria dei principi primi e supremi che Platone ha sviluppato nelle sue dottrine non scritte, ossia nella dimensione dell’oralità dialettica. I principi primi e supremi sono l’Uno (che coincide esattamente con il Bene) e la Diade indefinita di grande/piccolo (diade degli opposti, i quali si danno sempre in coppia). La Diade è principio di molteplicità: ciò da cui deriva la differente realtà delle cose e, a livello sensibile, il divenire. Di conseguenza tutta la realtà a tutti i livelli ha una struttura bipolare, ossia è una “mescolanza” di due principi, l’Uno e la Diade secondo “giusta misura”.

Nel Filebo, l’Uno viene presentato nella sua funzione di limite e la Diade come non-limite (illimite): l’essere è dunque, per Platone, un misto di limite e illimitato.

Le Idee sono tali da sempre e per sempre (eterne ed immutabili). Invece il mondo fisico (imperfetto e mutabile) è tale solo per l’intervento di una causa efficiente, ossia di una intelligenza suprema rappresentata, negli scritti platonici, dal Demiurgo (una figura mitologica che simbolizza la funzione razionale ordinatrice della realtà). In altri termini, il Demiurgo cerca di “plasmare” la realtà fisica prendendo come esempio i modelli del mondo ideale (in funzione delle figure geometriche e dei numeri). Gli enti matematici sono perciò gli enti intermediatori che permettono all’intelligenza del Demiurgo di trasformare il principio caotico del mondo sensibile in cosmo ordinato; essi dispiegano l’unità nella molteplicità in funzione dei numeri e quindi producono ordine e portano all’essere tutte le cose come immagini dei modelli ideali. Siccome il Demiurgo è la migliore delle cause possibili, questo cosmo non può che essere il migliore possibile. Il Demiurgo, infine, non crea dal nulla (ex nihilo, cioè da zero) ma plasma un mondo già “esistente”.

La dottrina dell’amore, la politica e l’etica. Virtù e gerarchia dei valori

In Platone la tematica dell’amore e la relativa dottrina sono connesse alla ricerca dell’Uno. L’Uno, a livello sensibile, si manifesta come “il Bello”. Perfino la figura mitologica di Amore (Eros) è figlia di Povertà (Penia) e di Ricchezza (Poros). Penia è specchio della Diade, in quanto mancanza e privazione del Bene e del Bello. Invece, Poros è un’immagine del naturale tendere verso il Bene e il Bello (e Bene e Bello coincidono con l’Uno). Nel Simposio, Platone analizza la tematica dell’Amore e scrive che amare (a tutti i livelli) consiste nel “fare, da due, uno”. Dato che ci sono vari livelli di unità (fisica, spirituale, assoluta), Platone instaura “una scala gerarchica dell’amore”, i cui gradini (amore per un corpo, amore per tutti i corpi, amore per l’anima, amore per tutte le anime, amore per le leggi, amore per le scienze, amore per le Idee) corrispondono a una progressiva ascesa verso l’Idea del Bello che va oltre l’esperienza e che coincide (lo ricordiamo) con l’Uno-Bene. Analogamente, il vero politico deve fare ordine il più possibile (quanto più possibile; è impossibile l’ordine assoluto) nello Stato, riducendo a tutti i livelli la molteplicità ad una unità: la città buona sarà quindi quella in cui prevale l’unità; la città cattiva sarà invece quella in cui predominano la molteplicità e il disordine. Anche dal punto di vista morale individuale il bene e la virtù consistono, in ultima analisi, nel fare ordine interiore, ossia portare unità nelle molteplici e disordinate forze del nostro animo. Nella Repubblica questa coincidenza fra dimensione individuale della morale e quella collettiva della politica trova la sua massima espressione nel disegno della città-stato ideale (progetto, lo ricordiamo, per il quale Platone si è battuto ed è stato imprigionato), articolata in tre classi distinte (i governanti-filosofi, i guardiani, i produttori-artigiani) a cui corrispondono le tre parti dell’anima razionale, irascibile e concupiscibile (citate anche nel “Mito del carro e dell’auriga” del Fedro).

La teoria della reminiscenza, l’immortalità e le sorti dell’anima

Riguardo al problema della conoscenza (la teoria della conoscenza, detta anche “gnoseologia”) Platone elabora due concetti innovativi per l’epoca:

1) La conoscenza è una “reminiscenza”, ossia un vero e proprio ricordo che, partendo dalle percezioni sensibili che sono le immagini delle Idee, ci permette di riavvicinarci alle Idee medesime. La nostra anima, infatti, possiede da sempre le idee, avendole contemplate prima di venire sulla Terra per poi dimenticarle entrando nel corpo.

2) La formulazione del concetto di dialettica come metodo che procede secondo due vie in parte parallele e in parte convergenti: la via “sinottica” (letteralmente, “che guarda insieme”), la quale partendo dalla molteplicità delle cose sensibili sa pervenire all’unità dell’Idea che le raccoglie insieme; e la via “diairetica” (la via “divisiva”; per approfondire vedi “la diairesi” in Platone), che divide l’Idea generale nelle sue articolazioni particolari fino a giungere all’ultima Idea non più divisibile. L’essenza delle cose e la conoscenza del Bene si raggiungono proprio grazie a queste vie e in modo sistematico.

Inoltre, Platone cerca di dimostrare razionalmente, per primo, l’immortalità dell’anima, mostrando, nel Fedone, come essa debba essere dello stesso genere delle Idee, dal momento che le conosce. E se l’anima è simile alle Idee, dovrà, di conseguenza, essere incorruttibile come le Idee.

Infine, Platone tenta una sorta di teoria della conciliazione dell’immortalità dell’anima con il mondo sensibile. Le “sorti” dell’anima sono, secondo Platone, cicliche: l’anima viene premiata o punita a seconda della vita condotta sulla terra (nel mondo sensibile) e si reincarna (questo concetto, chiamato metempsicosi, era già noto ai tempi di Pitagora). L’anima che ha conosciuto la Verità non solo ha “vantaggi” in questa vita, ma anche nella scelta del modello di vita che dovrà fare quando giungerà il tempo di reincarnarsi (per approfondire, vedi il “Mito di Er” nel X libro della Repubblica). Dunque, la conoscenza della Verità “salva” l’anima “in eterno”, in una sorta di ciclo migliorativo continuo.

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