Una intervista ad Hans Jonas

Ecco la trascrizione di una intervista ad Hans Jonas. Nel post è inserito anche il collegamento alla stessa intervista in formato video.

Una intervista ad Hans Jonas

L’intervista in oggetto rimane una delle più belle videointerviste a colori fatte ad Hans Jonas nel panorama mondiale.

Questa intervista, fatta dall’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche il 13/12/1991, è uno degli ultimi documenti audiovisivi del notissimo filosofo Hans Jonas in tutto il panorama mondiale. Qui una fonte dall’archivio RAI.

Trascrizione dell’intervista:

L’ultimo suo libro ha per titolo “Il principio di responsabilità” e vi si elabora una etica della responsabilità. A lei vorremmo chiedere: “Perché abbiamo doveri etici? Esiste un fondamento filosofico di questi doveri?”

Sarebbe meglio se lo fossero. Vede, questo è un caso in cui la credenza, la fede che ci sia una fondazione, precede la conoscenza di questa fondazione. In questo senso, Immanuel Kant – abbiamo appena celebrato il bicentenario della apparizione della Critica della Ragion Pratica – ha formulato la tesi che la voce della nostra ragione pratica, della nostra ragione morale, della nostra… la voce morale in noi è essa stessa un fatto. Un fatto nel regno… Sì… Nel regno della verità, e che essa ci obbliga a trovarne la fondazione.

Non che partiamo da una ipotesi che abbiamo: “Dovresti fare questo!” in modo che questo non sia meramente l’espressione di una predilezione, di una predilezione personale, soggettiva, individuale o di classe, ma abbia in se una intrinseca validità. Dunque, una fondazione deve essere trovata. Il mio peculiare destino teoretico è stato quello della ricerca di dove sia questa fondazione, e ciò mi ha portato a dissentire con quasi tutte le correnti dominanti nella filosofia del ventesimo secolo: la filosofia analitica, il positivismo logico, la filosofia del linguaggio e così via. Mi ha portato a dissentire con quelle posizioni della critica alla filosofia critica che, con una strana esagerazione, in un eccesso di quella grande critica che nel secolo diciottesimo va da Hume a Kant e così via, hanno decretato che sono ammissibili per la filosofia solo quelle domande per le quali ci si può aspettare una risposta dimostrabile. Wittgenstein diceva: “Domande per le quali non ci si può attendere alcuna risposta dimostrabile o verificabile non devono neppure esser poste. Questa l’auto castrazione della filosofia. Ed io mi rifiuto di assoggettarmi a questo imperativo del pensiero del ventesimo secolo. Ora sono abbastanza vecchio per essere molto audace e non aver paura, non mi preoccupo in alcun modo di ciò che questo o quello dei miei colleghi filosofi dirà e quando ora dico le cose di cui penso la filosofia dovrebbe veramente occuparsi, le dico in modo molto imperfetto e posso soltanto sperare che essi le diranno dopo di me in maniera migliore. Io ho tentato di mantenere viva l’antica fiamma della metafisica, che sembrava essersi estinta o almeno… sì… che sembrava essersi estinta nella nostra epoca moderna.

Nei confronti delle generazioni future abbiamo una profonda responsabilità. Possiamo dire che le generazioni future hanno dei diritti e che dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per preservare per loro il pianeta?

Lei non ha ricordato adeguatamente la mia posizione con la sua ultima domanda. Lei dice “quali diritti hanno le generazioni future verso di noi”. Questo non è il mio problema. Se noi procurassimo loro l’era del caos, forse essi potrebbero sollevare una specie di reclamo, di richiesta di indennità nei nostri confronti, ma noi non saremmo più lì per soddisfarla. Se noi deturpassimo il pianeta, se saccheggiassimo la loro eredità, certo. Ma questo argomento dell’obbligo che abbiamo verso i nostri discendenti può essere contraddetto con una domanda molto semplice: dove è scritto o su quale principio lei fonda la supposizione che ci siano nostri discendenti? Forse la nostra generazione sarà l’ultima dell’umanità. Non sarebbe la prima volta nella storia della vita e dell’evoluzione che una specie si estingua e forse questo, proprio questo è scritto per noi nel libro dell’evoluzione. Le cose potrebbero andare proprio così. È questa la mia argomentazione nell’affermazione: “no, non ci è concesso di commettere il suicidio della specie o di permettere che il suicidio della specie accada!”. E questo è, voglio dire, ora sorge la questione, perché dovrebbe, perché per l’uomo dovrebbe accadere ciò che non consideriamo valido per nessun’altra specie sulla terra, ovvero che esso continui in eterno. Poiché l’uomo è il gradino superiore, il vertice della scala evolutiva e noi formiamo, come dire, il più audace tentativo della divinità di esprimere se stessa nella creazione, semplicemente non dobbiamo far fallire il nostro creatore con questo tentativo. E dobbiamo fare così perché non c’è nessuna garanzia che non rovineremo il corso umano e il corso divino, nel mondo, nel mondo come lo conosciamo, che è qui, la nostra Terra. Noi non conosciamo ciò che è altrove nell’universo, e forse altri mondi abitati da esseri interagenti; siamo responsabili per ciò che è qui e per ciò che facciamo di questo dominio, patrimonio che abbiamo qui e questo è, questo il centro etico, il centro etico-metafisico.

L’umanità ha compito un progresso nel regno delle scienze della tecnica estremamente rapido, unico nella storia del mondo, invece la razionalità etica non si è sviluppata così rapidamente, anzi, c’è forse qualcosa come una regressione. In questa situazione l’idea stessa di progresso sembra discutibile.

Io non credo che il concetto di progresso si possa applicare in egual modo, nel medesimo senso, a queste due aree. Nella scienza e nella tecnologia possiamo parlare in maniera molto chiara di progresso, esso è addirittura misurabile; possiamo ad esempio misurarlo con l’ammontare del potere che l’uomo, collettivamente parlando, ha sulla natura, sul suo ambiente e sugli altri esseri umani, anche attraverso i modi, attraverso i metodi di scambio con essi. Ma cosa significa il progresso nel regno della morale? Non può certamente significare la stessa cosa che possiamo misurare in valori chiaramente quantitativi. Sicuramente no. Intanto, in primo luogo, il progresso è un fenomeno individuale; di un individuo possiamo dire che lui o lei migliora, diventa una persona migliore o peggiore e sappiamo che è consapevole di interagire con altri esseri umani e è consapevole, in linea generale, anche di ciò che lui o lei fa con la propria vita, eccetera. La filosofia ha moltissimo da dire a questo riguardo, vale a dire, cercare di scoprire in cosa consista una vita migliore, quale è la vita migliore e cos’è, cos’è buono e cattivo, cosa è degno di essere tentato, per cosa vale la pena impegnarsi e cosa dovrebbe essere evitato e così via.

Il buono e il cattivo sono lì a disposizione, continuamente. Dopotutto, dopo duemila anni di educazione cristiana dell’umanità occidentale, e non si è trattato soltanto di educazione cristiana ma anche di educazione attraverso i grandi filosofi greci, i grandi filosofi pagani greci, Platone, gli stoici e così via, grandi studiosi dell’etica, noi non possiamo, non possiamo sperare di far meglio di loro, abbiamo l’esperienza di questo secolo, il nazismo, Hitler, l’olocausto. È dunque errata l’espressione secondo la quale eravamo sulla buona strada per divenire sempre migliori, quando accadde qualcosa per cui si è prodotta ora una regressione ad un’epoca più barbara; ma non si trattava affatto di un’epoca più barbara, essa era anzi altamente scientifica, altamente avanzata. Niente, niente di sanguinario, niente della ferocia primitiva. Dobbiamo accettare il fatto che l’uomo è la creatura che è capace del buono e del cattivo. Essere capace di essere buono significa anche essere capace di essere cattivo e malvagio. Voglio dire, niente di cui andar fieri o molto soddisfatti, ma in verità, insieme al progresso scientifico tecnologico e quindi industriale economico, è anche sopravvenuto un certo progresso nella consapevolezza dei doveri morali che sono stati predicati forse in tutti i tempi. Voglio dire, non si può dopotutto andare oltre il discorso della montagna. Cosa migliorare? Cosa si vuole migliorare rispetto a esso? All’etica socratica? Cosa si vuole…? Non c’è niente da migliorare! Ma la pervasività di simili insegnamenti nella coscienza comune è tale, per metterla in termini molto banali, che la gente si vergogna di essere sorpresa in atteggiamenti opposti a quegli insegnamenti, e almeno tenta di essere considerata come qualcosa in qualche modo conforme ad essi. Questo, questo è il tipo di progresso morale collettivo per il quale possiamo nutrire delle speranze. È questo. Ora tutto ciò è incluso in certi codici di legge, in codici del comportamento pubblico e così via, testimoniando di un qualche progresso che comunque non esclude ciò che lei chiama regressione: lo scivolare negli abissi della volontà umana e nella perversità della natura umana.

L’umanità non è al giorno d’oggi soltanto in grado di distruggere la natura, l’umanità ha anche la possibilità di manipolare e mettere in pericolo la nostra natura interna modificando il dna. Quali principi etici dovrebbero guidare la tecnologia genetica?

Il primo principio etico che viene in mente a questo riguardo è “rispetto”. Rispetto per ciò che l’uomo è, per l’integrità del suo essere. Ora, generalmente, il nostro scambio con l’ambiente avviene nel segno, sotto l’egida della tecnologia, che è capacità di invenzione, che è costante miglioramento di ciò che è dato, miglioramento per i fini dell’uomo, così c’è una grande tentazione di considerare come uno degli elementi dell’ambiente che sono capaci di miglioramento anche noi stessi, e in un certo senso, in effetti, anche noi siamo parte dell’ambiente. Il sistema del dna, del codice genetico, è semplicemente un dato naturale tra gli altri, che può essere mutato e nel caso in cui venga mutato può essere forse anche migliorato. Ora, migliorare, in questo contesto, che ad un primo approccio è un contesto medico, significa intervenire per rettificare laddove la natura o l’accidente abbiano in qualche modo prodotto qualcosa… prodotto qualche danno. È un lavoro di riparazione chiamato curare, guarire. C’è un’area, un’area particolare della ingegneria genetica, della tecnologia del gene, che si può annoverare fra gli obiettivi della medicina, ovvero l’eliminazione, la sostituzione di un qualche pezzo danneggiato del sistema genetico con un pezzo buono. Come una riparazione. Voglio dire, tu hai pezzi di ricambio e metti un pezzo di ricambio, tiri fuori il pezzo danneggiato e lo sostituisci con un pezzo di ricambio. E la prima reazione di qualcuno che ascolta è: “Perché no! Se possiamo farlo è una gran cosa. Si possono evitare infermità genetiche non soltanto agendo sui portatori di queste infermità esistenti dalla nascita ma anche intervenendo su questo stesso patto genetico!”. Tuttavia, anche in questo caso, noi siamo il fine in se, e dovrei dire quasi un fine tradizionale, vale a dire quello della cura, della guarigione e del superamento di una infermità. E ci sono dubbi, molto molto gravi, se sia concesso o meno intervenire nell’ereditarietà, nel processo genetico, perché ciò che noi facciamo, in questo caso, non è confinato all’individuo sul quale lavoriamo, ma continuerà ad esercitare i suoi effetti per tutta la catena di generazioni che ne segue, e chiaramente noi non possiamo sapere cosa abbiamo fatto nel medio termine, in una due o tre generazioni, non sappiamo e probabilmente sopravvalutiamo le nostre forze se lo facciamo. Lascio tuttavia aperta la questione ma, voglio dire, questa è una possibilità molto seria e spaventevole. Diverso il caso di un approccio miglioristico laddove non è questione di mirare a una particolare infermità che possiamo identificare nel codice genetico con… localizzata in uno o in pochi geni che noi conosciamo. Dico ad esempio il diabete o l’emofilia. Ancora ricordo come fu scoperto circa quindici anni fa o giù di lì che certi… che… che fra i criminali che hanno commesso reati di violenza era prevalente o statisticamente più frequente una particolare configurazione genetica rispetto alla popolazione normale, vale a dire, se ricordo bene, la doppia occorrenza di… di un cromosoma. Non voglio dargli il nome che mi viene in mente ora perché può essere sbagliato, diciamo pure “x”. Vede, è stato scoperto statisticamente che i portatori di questa tara genetica possono forse possedere una configurazione aggressiva nel loro carattere. Abbiamo dunque dato il via a qualcosa, ora c’è un modo per identificare tutti i portatori di una simile tara e di eliminarli all’inizio in modo da ridurre considerevolmente i reati di violenza. Ma, aspetti un momento, prima di tutto, veramente, sappiamo veramente che ogni aggressività è cattiva? Siamo certi in realtà di volere veramente una società di agnelli? Qualche leone e qualche aquila frammisti agli agnelli potrebbero forse creare una situazione migliore. Si pensi a esempio a quanto affermava il greco Platone, sulla necessità di sollevare l’indignazione per l’ingiustizia fra i virtuosi. Bisogna indignarsi veramente dell’ingiustizia, non giudicare in modo semplicemente astratto che è sbagliata. In altre parole, non dovremmo iniziare a rimodellare l’uomo, la presenza dell’aggressività è una parte dell’umanità. Anche la presenza della sottomissione, della vanità e del suo opposto che è l’irresolutezza. E così via. Tutto ciò appartiene alla complessità dell’uomo, e non dovremmo neanche iniziare a costruire un quadro ideale, una immagine secondo la quale selezioniamo e cominciamo a manipolare, in qualche modo, geneticamente l’eredità biologica dell’umanità. Ciò è interamente al di là dei nostri diritti, al di là delle nostre convinzioni, al di là della nostra saggezza; e questo è uno dei pericoli di questo nuovo potere, che è una parte del generale potere tecnologico scientifico, ma che ora è diretto su noi stessi. Noi, tuttavia, non siamo, in realtà, i soggetti che l’uomo può creare, in quanto siamo stati noi stessi già creati.

Hans Jonas e la famiglia Hans Jonas e la sorella
Hans Jonas e la famiglia + Hans Jonas e la sorella Ayala. Entrambe le foto sono presenti nelle “Memorie” di Hans Jonas, edizioni Melangolo, 2008.

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